La mia storia

La mia migliore amica "Tourette" vuole che io canti...

Quando la malattia diventa il proprio punto di forza, nulla può fermarti. Ed è stato proprio in quel momento, quando ho 'accettato' la mia condizione, che è cominciato il mio percorso di crescita personale e spirituale.

Ritratto di Sharon

Mi chiamo Sharon, sono una cantante, facilitatrice vocale e ricercatrice del suono come forma di libertà e connessione spirituale. Sono nata nelle meravigliose terre del sud Italia, in una cittadina incastonata come una perla del golfo pugliese, dove le spiagge, il mare ed il sole regnano sovrani e mettono di buon umore. Non è un caso che io sia nata proprio qui, Manfredonia, il luogo da cui vi scrivo e che per tanto tempo ho odiato e giudicato. D’altronde, la parola caso non è più presente nel mio vocabolario da anni ormai e ha fatto spazio ad una migliore, una parola che utilizzo tutti i giorni e che molti di voi sicuramente già conoscono: Sincronicità. La mia è stata un’infanzia abbastanza tranquilla, nulla di speciale. Giocavo con gli amici di quartiere, ridevo a perdifiato per cose di poco conto, correvo senza preoccuparmi di cosa sarebbe potuto accadere dopo, piangevo quando mi facevo male e mi arrabbiavo se non ottenevo quello che volevo. Emozioni, normali, distinguibili, che tutto a un tratto hanno cominciato ad essere più intense, e si sono accompagnate dapprima a piccoli movimenti e leggeri fraseggi ripetuti, poi a veri e propri tic motori di discutibile fantasia e forti vocalizzi dalle più improbabili intensità di volume e ripetizione. Se per i miei genitori fu un duro colpo, non si poteva dire lo stesso di me: ero devastata e fuori controllo. Anche se all’inizio non ero totalmente consapevole di quello che mi stava accadendo, dentro di me sapevo che qualcosa non andava. Ci vollero più di 2 anni per avere una diagnosi: Sindrome di Tourette - da cui prende il nome del neurologo francese che per primo descrisse in modo completo questo disturbo del neurosviluppo, Georges Gilles de la Tourette. La chiamano anche la «malattia dei mille tic», vi lascio immaginare. Fu solo l’inizio. Medici, ospedali, farmaci pesanti e un’adolescenza da affrontare. Che opinione avrebbe mai potuto avere della vita una ragazzina delle medie che voleva solo godersi la scuola, gli amici, le prime cotte e le prime, vere, esperienze mondane? Vi risparmio i francesismi. Quello che l’universo mi stava offrendo era l’esatto opposto di quello che oggi credo sia una normale vita adolescenziale, se non altro quella della prima decade degli anni 2000’. Fu come se qualcuno avesse deciso per me. Dio aveva deciso di farmi soffrire, le persone ce l’avevano con me, il mondo era contro di me, perché con il bullismo all’ordine del giorno, gli psicofarmaci che mi alteravano lo stato di coscienza, i continui litigi in famiglia e i brutti giri in cui mi ero inserita pur di non rimanere sola e senza amici, non potevo mica pensarla diversamente. Anche alle superiori non fu diverso, anzi, la situazione peggiorò, sia in termini di entità dei tic, che di malessere emotivo. Vivevo in un mondo tutto mio. Un vero e proprio stato di assenza dalla realtà. Non riuscivo a comunicare, ne a relazionarmi, con i miei coetanei nel modo in cui volevo, perciò inventavo storie e fingevo di essere una persona che nella realtà dei fatti era solo una delle tante e ipotetiche versioni migliori che avevo immaginato di me. Ero convinta di non piacere ai ragazzi e per questo mi concedevo a loro più di quello che avrei voluto, pensando che in quel modo avrei attirato la loro attenzione, che avrei potuto finalmente vivere la tanto agognata storia d’amore da film oscar. Volevo a tutti i costi andare via dalla città che per anni mi aveva rifiutata, giudicata, presa in giro, discriminata, e desideravo un’indipendenza economica che mi avrebbe permesso di staccarmi anche dai miei genitori - le anime più belle che io abbia mai incontrato e che ad oggi ringrazio sempre per aver combattuto con me e per me quando non potevo con le mie sole forze - che in quel periodo percepivo starmi troppo addosso, limitandomi (ma solo nella mia testa) in ogni scelta di natura lavorativa, economica, relazionale, che avrei voluto intraprendere. Abbandonai la scuola, cominciai a fare qualche lavoretto qua e la, poi i miei mi riportarono sulla retta via trovando un compromesso che mi permise di prendere il diploma senza doverci andare per forza la mattina, cosa che normalmente mi creava problemi per via dei medicinali che mi facevano dormire anche sui banchi di scuola. Quello fu il primo vero traguardo della mia vita, un piccolo successo che mi riconsegnò un pochino di orgoglio, quello che avevo perso strada facendo a causa delle insicurezze createsi mano mano che accumulavo esperienze negative e fallimenti. Poi, all’età di circa 21 anni, cominciò la grande storia d’amore con l’unica persona che abbia mai veramente amato fino a questo momento, oltre me e la mia famiglia. Avevo 14 anni quando me ne innamorai ed i motivi per il quale questo ragazzo mi colpì così tanto da non permettermi di darmi per vinta per 7 lunghi anni furono essenzialmente tre: Non gli importava che avessi i tic. Potevo specchiarmi nei suoi occhi e perdermici dentro. Suonava la chitarra, il pianoforte (strumento che avevo suonato anche io per anni, fino a che la sindrome non mi costrinse ad abbandonare) e qualsiasi altro strumento gli mettessi tra la mani, ma soprattutto sapeva CANTARE. Dopo anni mi confessò che se non avessi insistito nel portargli i cornetti a casa sua, costringendolo a svegliarsi la mattina, anche se avrebbe voluto dormire, per aprirmi la porta e accettare il gentile dono acquistato e portato dal bar lì poco distante, non avrebbe mai fatto il primo passo e che inizialmente non era così preso da me, ma decise comunque di accettare i miei sentimenti e solo dopo si innamorò ‘sul serio’. La nostra relazione si interruppe più e più volte nel corso di circa 6 anni, vivendo anche lunghi periodi di separazione nei quali ognuno fece il proprio percorso, prima di tornare nuovamente insieme e fare un’esperienza di convivenza. Poi, le nostre strade si separarono definitivamente il 23 febbraio del 2023. Cito questa data perché ha un valore estremamente importante per me, non solo per via della peculiare caratteristica a specchio dei numeri che la compongono (23.02.2023, il giorno e il mese, specchiati, diventano l’anno della medesima data). Infatti, solo 3 anni prima, poco prima dello scoppio della pandemia, venne a mancare la mia cara nonnina, Lucia, una figura portante che, accanto ai miei genitori, mi ha insegnato e donato lezioni di vita che, seppur spesso in contesti poco piacevoli sul momento, ancora oggi custodisco e mi accompagnano nel percorso. Dedicherò una lettura diversa a questo capitolo della mia vita, ma per il momento sappiate che fu proprio lei a innescare la miccia che mi diede il coraggio necessario per uscire da quella relazione, ormai diventata tossica e quasi irrecuperabile. Quando parlo con le amiche di quello che è stato, anche dopo anni, nei quali ognuno si è rifatto la propria vita, e mi chiedono se rimpiango mai quella scelta, se rimpiango lui e quello che sarebbe potuto essere, io rispondo così: «Anche lasciare andare è una forma d’amore. Non rimpiango, ne rinnego, nulla di quello che è stato e sono sicura che anche lui la pensi allo stesso modo.». Quello che ho vissuto con quella persona, le difficoltà della coppia, il mio spirito libero e la voglia di vedere il mondo oltre le mura di questa città che cozzavano con l’idea di relazione duratura e di famiglia che credevo di desiderare, l’aborto e l’anno di terapia che mi ci è voluto per riprendermi dall’accaduto, le differenze di credenze, di convinzioni, di vedute e di opinioni... era tutto necessario. Ogni cosa, ogni tassello, anche quelli che sembravano differire dal bellissimo disegno in anteprima sulla scatola del puzzle, tutto è accaduto per un motivo ben preciso: dovevo perdere tutto per poter ritrovare me stessa. Qualche anno fa, quando ero ancora fresca di ‘lutto’ da rottura, parlavo male di lui ogni volta che ne avevo occasione. Evidenziavo i suoi difetti, le sue colpe, mettendo in luce anche le mie di tanto in tanto, ma mi consideravo sempre e comunque superiore a lui. Ad oggi, posso dire con certezza che quel che è stato di noi, del percorso che abbiamo condiviso insieme per un breve, ma intenso, periodo, doveva essere esattamente come è stato, che entrambi abbiamo avuto i nostri alti e bassi e che anche lui è un’anima in viaggio su questo pianeta proprio come lo sono io. È proprio vero il detto che dice che in una relazione le cose si fanno in due e, quando ho rivisto il significato di queste parole nell’ottica di osservatrice esterna, ho perdonato quelle che consideravo le sue mancanze, le sue colpe, ho perdonato le mie e ho lasciato che solo i ricordi belli di quei momenti passati insieme potessero riaffiorare di tanto in tanto, come memorie di una versione di me che ad oggi non esiste più. Ma come sono passata dal soffrire per il giudizio e le discriminazioni altrui a causa di questa ‘fastidiosa’, oserei definire, coinquilina, nonché ormai migliore amica - seconda solo a Maria, un’altra anima meravigliosa che l’universo mi ha concesso di incontrare in questa vita - di nome ‘Tourette’, ad amare la vita e ogni lezione appresa da essa? E soprattutto, che ruolo hanno attualmente e cos’hanno in comune la Sindrome di Tourette, l’amore per la musica, il canto e la connessione spirituale? Beh, dire che questi sono i requisiti imprescindibili senza i quali non sarei potuta diventare quella che sono oggi sarebbe riduttivo, ma il racconto necessita di un approfondimento che preferisco portare nella sezione ‘Journal’, un ambiente che ho pensato e creato proprio in funzione di questa mia voglia di condividere le esperienze che mi hanno hanno portato a rinascere, nella speranza che possano essere di ispirazione per te, un’Anima arrivata fin qui non solo per propria volontà, ma anche per sincronicità divina.

Se la prima parte della mia storia ha suscitato in te un senso di riconoscimento, o se semplicemente ti ha incuriosita, prosegui la lettura a «La mia rinascita» cliccando qui sotto.

Ci vediamo di là!

La mia rinascita
01

Voce vera

Nessun modello da imitare. Solo il permesso di ascoltarsi.

02

Presenza

Il corpo non è un ostacolo alla voce: è la sua prima casa.

03

Libertà

Il suono come possibilità di esistere senza restringersi.